Il marketing sta già gemendo. Klaus Davi scartabella le sue frizzanti analisi prima di sentenziare derelitto:
“I modelli maschili danno ai consumi un traino molto inferiore rispetto ai femminili”.
Preparano i fazzoletti le case di moda, le quali, benchè le linee donna continuino primeggiare nella torta dei ricavi, ultimamente hanno puntato con dovizia di aspettative sull’universo maschile, improvvisamente divenuto più attento a se stesso, con un portafoglio compatibile con lusso ed eleganza ed una silhouette che merita cura e cosmetici. Dov’è l’inghippo? Semplice.
“Oggi in pubblicità c’è veramente ogni tipo di profilo maschile ed è più difficile identificare un trend emergente” spiega quasi rassegnato Enrico Dorizza, direttore creativo dell’agenzia pubblicitaria Leo Burnett. Vi ricordate modelli maschili memorabili, che scaldano le passerelle? Ma soprattutto, che fine ha fatto il prezioso testimonial? Il ruolo che spiega più facilmente la tendenza fa rabbrividire chi deve quotidianamente prevedere le evoluzioni del costume: il personaggio famoso non è più inquadrabile in un solo prototipo di uomo.
Ed è poco consolante che i divi prestati allo spot spariglino doti da immacolati sex symbol o siano scortati da carovane impazzite di carampane: il fascino di George Clooney che stappa lo champagne o le lancette smaglianti indossate da Riccardo Scamarcio non rappresentano più autorevoli autografi di un consumo soddisfacente.
E poi chi l’ha detto che basti una celebrità a rinvigorire le vendite?
Prendete uno qualunque, rendetelo normale, appiccicateci un sorriso rassicurante ed una sibilante dolcezza. Le donne perennemente mollate ripetono che, scavando, l’uomo perfetto non esiste, ma Davide Paternesi, 29enne barman marchigiano, incoronato neo Uomo Perfetto da Ellen Hidding nell’ononima trasmissione di Sky Vivo, non fa fatica a smentire le malignità quando afferma che, in fondo,
“le donne amano gli uomini che le fanno ridere”,
e che non cercano solo bicipiti puntigliosi o addominali da visibilio. Non funziona più il divo, ma neppure il macho. Una ricerca del St. Andrews University ha decretato come 400 donne inglesi preferiscano volti dalle espressioni sorridenti e dai tratti aggraziati, se debbano disegnare il proprio partner ideale e papà infallibile.
Macho è l’uomo che sa cambiare i pannolini, non quello viziato che non deve chiedere mai, che anzi gela con quello sguardo tenebroso, ma follemente seduttivo. Siamo davvero alla rivoluzione dei tempi? O più semplicemente non si è pronti ad adottare un modello maschile improvvisamente variegato, continuando a maneggiare forzate classificazioni?
Il mondo della moda dà una sua risposta. Giocata però sull’ambiguità.
Il maschio che sfila accecato dai flash non è più scolpito ma neppure rassicurante, piuttosto lo vedi vendersi alla vezzosità femminile, pur sfoggiando un ridondante menefreghismo. Zero addominali, bicipiti ammansueti, robustezza filiforme. Alle top model non va meglio, costrette ad esibire volti inespressivi che si adeguano facilmente a qualsiasi espressione comandata dal fotografo di moda.
“Uomini-femminucce” come reazione alla “mascolinità estremizzata della cultura pop”?
“I modelli di uomo di questa era, atleti dopati capaci di imprese sovraumane e maschi guerrafondai, coatti e tronisti, non sono né cool, né fashion”,
sentenziano gli art director.
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