Una regia che lo stesso Bolognini, ai tempi, parafrasando Pirandello, aveva definito “viva e non scritta, in cui gli attori cercano di essere personaggi vivi e veri, di carne e sangue nel loro alternare il riso al pianto durante tutto lo svolgimento della vicenda“. Quel “Berretto” posto in testa al protagonista, lo scrivano Ciampa, rappresenta il segno inequivocabile di una rinuncia: un uomo giovane, tradito dalla moglie, accetta, come segno di vero amore, l’atroce pena di condividere un sentimento assoluto con un terzo. Ma a un patto: che lo scandalo si consumi tra le pareti domestiche e non diventi mai di dominio pubblico.
Nel momento in cui, però, la notizia dell’adulterio si diffonde, Ciampa decide di salvare il suo onore: affinché ciò sia possibile, all’uomo non si presenta altra scelta che quella di far passare per pazza colei che lo ha denunciato, ovvero la moglie del suo rivale. L’onore personale sarà così ristabilito e la facciata della rispettabilità nuovamente tinteggiata di bianco, almeno in superficie. A distanza di quasi un secolo (Pirandello scrisse il “Berretto” nel 1916), questo comportamento ci appare familiare. L’Italia è sempre l’Italia, anche a teatro.












