Anche il mondo della musica, ancor più di quello della letteratura e della storia, si dimostra molto fertile da questo punto di vista. Basta dare uno sguardo all’ultima classifica di Radio Italia (pubblicata in questo post: http://www.notiziemusica.it/2010/07/19/la-top-15-di-radio-italia-aggiornamento-settimanale/) per rendersi conto, del resto, che questo fenomeno sta registrando un notevole incremento soprattutto negli ultimi tempi. Tra i cantanti della top 15, infatti, ben tre (Renato Zero, Marco Carta e Marco Mengoni, ai quali va aggiunto Valerio Scanu, escluso dalla classifica ma fino a poco tempo fa presente nella stessa ) sono gay, dichiarati e non.
A questo punto, c’è secondo me una considerazione da fare: oltre alle doti – in alcuni casi più presunte che vere - cui si accennava prima, l’ascesa al successo di certi artisti passa anche attraverso un’ ”occulta” strategia di marketing messa in atto dalle case discografiche. Mi spiego meglio: il gay, nella maggior parte dei casi, è anche una persona piacente (ad eccezione di Platinette, ovvio!!!), e la bellezza è il principale veicolo del successo di un cantante, soprattutto in una società – come quella attuale – caratterizzata da un dilagante e sfrenato ”culto dell’immagine”. Da certe considerazioni escluderei Renato Zero, non perchè non sia piacente, ma perchè appartenente a tutt’altra temperie storico-culturale, quella in cui, differentemente da oggi, l’omosessualità era un tabù, un elemento fortemente penalizzante e sicuramente non una garanzia di successo. I restanti tre – Mengoni, Carta e Scanu – sono, guarda caso, tutti avvenenti giovanotti e i loro dischi vengono acquistati soprattutto da giovanissime donne infatuate più della loro bellezza che della loro bravura, ragazzine che non stanno lì a porsi troppe domande (giustamente) sui gusti sessuali dei loro idoli.
Altra precisazione: l’equazione bruttezza=bravura/bellezza=incapacità non è sempre corretta e se molti artisti non riescono a sfondare non è certo dovuto al solo fatto che non posseggono i requisiti fisici richiesti dalle case discografiche. Ma, mi chiedo, quand’è che vedremo al Festivalbar (se esiste ancora) un “mostro mitologico” del calibro di Dino Fumaretto e nei vari talents una brutta faccia da film western che possa deliziare noi della nicchia con la sua colta irriverenza e col suo fare antitelegenico e un pò bislacco? E’ auspicabile un nuovo Rino Gaetano o dovremo sorbirci ancora a lungo i vari Carone, Mengoni, Scanu, Ferro, Carta e via dicendo? Sicuramente belli, bravi, telegenici ma tutti tremendamente simili, espressione di un generale e sconcertante appiattimento socio-culturale che sta affliggendo anche – per non dire soprattutto – il mondo della musica italiana.











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